latte in polvere

Non uno sguardo alla faccia e a nessun'altra parte mai voltandoti tu a lei o lei a te universi paralleli come ruote sull'asse mai voltandovi l'uno all'altro chiazze appena chiazze al margine del campo senza toccarvi o nient'altro di quella natura sempre spazio tra di voi anche se solo un pollice mai un contatto alla maniera di due in carne e ossa ma con ombre nè più nè meno nè meglio nè peggio salvo i giuramenti.

 
 
Hanno versato benzina sul latte...



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martedì, 30 giugno 2009
Tlin

Tlin, arriva la donna di vetro fatta di schegge aguzze e larghi fondi di bottiglia, al posto degli occhiali, per vederci peggio, quando ogni contorno è deformato si hanno prospettive meravigliosamente differenti. E le piace così.

Camminando sui marciapiedi tritura nel suo pestello frammenti di cristallo così fini da ottenerne polvere, con la quale decora la luna, la notte, i fanali delle macchine sbiaditi e corregge i contorni del viso delle persone, lasciando un filo di sangue sul sorriso appena disegnato sopra un broncio, un sorriso di scaglie di vetro.

Al suo passaggio lascia volti insanguinati e ridenti, ma nessun scoppio di risa o parole, un silenzio raggelante tra quei tagli  a forza nella carne viva, qualche lacrima talvolta luccica tra la polvere di vetro ed ecco gli arcobaleni tra i sorrisi.

Quando qualcuno grida per i tagli che lei procura risponde con voce stridente ‘la gioia costa, pagala con un po’ di sangue, è il minor prezzo sul mercato’ e lascia tutti a bocca aperta,  l’ideale per continuare il suo lifting artigianale. Cose o persone sono identiche per lei, il mondo lo vuole sorridente attorno, e che sia un sorriso finto, intanto è un inizio.

Intanto è un punto di vista.

Infastidita dal vento che le ruba pezzi di se, cammina a testa alta, tenendosi stretta e distratta passa sopra una grata. Questione di un attimo, non c’è più. I mille frantumi si sono spezzati immoti dentro una cantina; piano  si muovono, si plasmano in una sagoma umana con  gli occhiali, la donna di vetro si rigenera  ancora più forte, ancora più fragile, per tornarsene sulla strada scintillante sotto il vento marzolino, lasciando un pulviscolo luccicante al suo passaggio. Sfortunati quei petali che andavano incontro al suo viso per passare alle sue spalle tranciati di netto,  ma a lei piace andare controvento.

Ora prosegue nel suo giro tra le strade, il rumore di cocci la precede e si perde nel frastuono di tutto quello sferragliare, frenare gridare che crea l’inferno cittadino. Noncurante fruga nei cassoni del vetro per nutrirsi. Un ventre tondo fa sospettare figli di vetro, lei ride che è solo un’ulteriore provvista, perché camminando e incrociando l’umanità si perdono molti pezzi di se, per strada.

Eccola aprire una porta e infilarsi dentro un palazzo di vetro, moderno.  Lara la guarda perplessa, ha solo cinque anni ma sa distinguere la mamma da un mostro di vetro. 'Chi sei tu', chiede con l’indice puntato verso i cocci.  La donna di vetro sorride e le tende la mano, per giocare. ìAhi!' Grida Laretta, con la manina insanguinata. Ahi, arriva la mamma di Lara tutta preoccupata. Nel panico la donna di vetro  pensa di fuggire, ma quella piccolina piangente le smuove i frammenti, si sciolgono avanti al ditino ferito. Un impulso improvviso per consolare il pianto bambino,si stringe al petto la piccina urlante.

'Lara amore, eccomi' fa la mamma per restare impietrita.

'Quel  corpo semovente di brandelli e sangue  cos’è? Perché non c’è Lara, perché Lara non parla?' Urla la donna, urla d’orrore mentre si ritrae dal mostro splatter, . le pare di vedere la donna di vetro come ombra attorno a Lara, si stropiccia gli occhi. Completamente fuori di se inizia a menare colpi con la mano, sull’aria su Lara cercando di scacciare quella massa viva di vetro che la avvolge la figlia come una bara frantumata.

La donna di vetro vola nell’aria risucchiando verso di se tutte i pezzetti di vetro conficcatisi nel corpo di Lara, a colpi di scopa la colf tenta di gettare quella massa di vetro ingestibile che si muove lontano dalla scopa, alla fine l’aspirapolvere  aspira ogni detrito mentre un ambulanza è già sotto casa di Lara.  Bucando il sacco dell’aspirapolvere con un pezzo di un piatto  si ricompone in donna di vetro e  per l’ennesima volta, quanto ancora mi toccherà farlo, c’è di peggio che morire, a questo mondo, ricomincia il suo strascicarsi per strada, tlin tlin, e ad ogni passo una lacrima le esce. Una lacrima di vetro e polvere alle sue spalle; in quel momento la coglie un infinita nostalgia di quel giorno, dove, lei.

Latteversato da: whois a 04:06 |commenti (4) |latte versato link| almost sogni

 

venerdì, 29 maggio 2009
intervallo

10.37: quel punto morto di rigidissima volontà crea pastoie, legami di braccia e di mani dove solo un busto si muove, pazzo si agita divincola ma non spezza corde, talvolta le stringe ancora di più.
E noi come ieri, come oggi, restiamo a guardare, senza troppo fare finché non siamo sicuri matematicamente certi e come oggi, come domani, restiamo a lasciar fare il nulla in questa inamovibilità delle cose che cala, notturna, coperta, sopra colpi di testa, schiaffi, urla che scemano in controluce, sempre più lontani da quest'orario morto.

Latteversato da: whois a 19:00 |commenti (22) |latte versato link| latte acido

 

martedì, 19 maggio 2009
routine

“Bisogna fare piano nel tornare a casa!” ogni passo deve fare sht sht. Shhht, shhht, ecco il primo piano, shhht, shhhht, il secondo, il terzo e così fino al sesto dato che l'ascensore è occupato, la gatta ha fatto i gattini lì dentro e nessuno ha cuore di muoverli. “Per poco, ancora per poco sei piani di scale in silenzio si possono fare. questo decidemmo alla riunione, questo facciamo.”

A casa tutto sotto controllo. “Devo subito andare a chiudere gli occhi alla morta che si ostina ad aprirli, quegli occhi, azzurrissimi come sempre fissi al soffitto da anni, dal giorno che è morta”. Corre a chiuderli e a vedere se per caso non si sia risvegliata. Capita che si sveglino e parlino. El apre le finestre parlando con Ello, già a casa da tempo avanti alla tv “questo maledetto caldo quanto durerà”  le dice senza muovere un muscolo facciale, grondando di sudore. El non si chiede più “come farà mai a parlare senza muovere un muscolo”, non gli risponde, mentre distratta ciba la tartaruga con  una foglia di verderana, da tempo ha rinunciato a parlare con Ello. Gli occhi di lui vivaci e profondi la seguono  in questo momento, le scrutano anche gli organi interni, rovesciano la psiche. Così come era.. Anni prima, per un incidente politico che gli costò la carriera, Ello decise di parlare solo per luoghi comuni, ma sotto le sue poche  frasi scorrono fiumi di intelligenza che El conosce e interpreta dai gesti, sempre più scarni e più abbozzati man mano che passa il tempo. Anche lei ora è profondamente stanca, riempie la vasca di sale e ci si immerge completamente cinque minuti, puntando una luce verde sopra di lei. Finito il bagno è ora di cena.

“Ho dimenticato il pane per la cena” dice piano battendosi la fronte con la mano; prega Ello :”Un piacere, per questa volta”, ma non ha la minima convinzione. Lui fa finta di non aver sentito, odia fare Shht Shhht per sei piani, per del pane per giunta!  Lei gli stringe le unghie sulle guancie e quasi piangendo, lamenta: “il pane vammi a prendere il pane, voglio il pane per la cena”, fino a scivolare in ginocchio, le unghie sul pavimento, singhiozzando senza lacrime.

Ello con due strisce rosse sul volto corre in cucina, prende alla svelta due mele e le dice, cantilenando  “Questo sarà la nostra cena, è meglio così cara, due mele al giorno...”

“E' meglio così caro”. Si fa notte improvvisamente sopra il loro cielo. El ha il corpo salato e la bocca di mela, lui già russa profondamente col telecomando in mano. El sospira, spegne la televisione e si mette sdraiata, come la morta nella stanza a fianco, con gli occhi spalancati verso il soffitto. Si dovrà abituare a prendere il suo posto, per l'eternità.

Latteversato da: whois a 01:27 |commenti (4) |latte versato link| almost sogni

 

lunedì, 27 aprile 2009
parole: da usare con cautela.

A parole una donna l’aveva, in mente. Costruita con pazienza, giorni su giorni, una donna di pensieri tradotti in parole, una donna di parole. La bocca la vorrei piccola, il naso pronunciato e due immensi occhi larghi, si, larghi, da guardarli sempre per poterle dire ‘che meraviglia quegli occhi!’.

La sua donna di parole se la teneva stretta al cuore, col carattere bislacco che tante volte lui aveva scritto e riscritto nei racconti, una che c’è e non c’è, quella col telefono sempre staccato che ti fa dimenticare ogni cosa con la sua gioia, i suoi sorrisi, la voglia di vita che la trapassa e colpisce come un sole chi sta attorno.

Così pensava diceva scriveva, così  faceva vivere giorno dopo giorno la donna di parole relegata come un disegno tra i fogli, tra la placenta di  mille frasi e pensieri che creava, rifiniva.

Se la sognava anche, un mucchio di frasi legate come un corpo di donna e tante i concatenate al posto dei capelli belli,  nei sogni era viva, di giorno la costruiva.

Restando a corto di parole, oramai le aveva usate tutte per descriverla, pensò di toglierne qualcuna, ecco un orecchio lasciato al caso, ecco il carattere che muta nel tempo e non resta intrappolato in qualche definizione, ecco che si limitano frasi  all’osso ecco. Un giorno di cattivo umore gettò via tutte le righe e poco prima dell’ultima frase, sollevando una sillaba, trovò, che caso, proprio una donna. Piccolina, con qualche lettera ancora incollata al volto, ma viva, palpitante, vera!  La donna sotto le parole.

Lei lo abbracciò come si abbraccia qualcuno che è stato via troppo tempo, gli sorrise senza dirgli verbo alcuno.

Lui toccò con mano quello che per anni aveva cercato di etichettare, descrivere, sfiorando l’inutilità di ogni possibile definizione. Allargò le braccia sorridendo per dire ‘che cretino’, la prese per mano e la avvicinò al naso, per sentire l’odore. Odorava ancora un po’ di inchiostro, ma anche di zucchero e cannella. Come due analfabeti si scambiarono poche furtive parole, un grazie, un prego, un dialogo semplice e tante, infinite attenzioni l’uno all’altro, fino a consumare quell’amore che pareva eterno fino all’attimo prima.

Senza parole che la imprigionassero lei lo baciò un’ultima volta e se ne andò lievemente, infilando la porta, lieta di poter uscire senza quella rete alfabetica così pesante sulle spalle, soprattutto verso sera quando inizia a far caldino e non tira un filo d’aria.

Lui restò solo con cadaveri di parole morte stecchite rigide nel loro arial nero bold, senza saper bene cosa fare. Le appese ai muri, come quadretti, così ora entrando in casa sua puoi leggere ‘mento sfuggente’ a fianco di un ‘fianchi morbidi e disegnati, come un fumetto’. Ogni tanto verso sera lo si può vedere con intere frasi al guinzaglio attraversare il parco. Un po’ d’aria non fa male alle parole stantie.

Latteversato da: whois a 20:29 |commenti (7) |latte versato link| silenzio

 

giovedì, 26 marzo 2009
adesso il post lo scrivo

work in progress...

Latteversato da: whois a 22:04 |commenti (10) |latte versato link| oltre la lettera e op cit

 

lunedì, 09 marzo 2009
dove hai la testa?

Tornando a casa sua cerca le chiavi in fretta, nella borsetta, appoggia a terra la sciarpa, le cade il cellulare 'porcozzio!!' mentre infila la toppa e sbam sbam otto giri di porta blindata.

E' dentro. Quel tipo che la seguiva si è dileguato, lei ora è a casa, nel buio illuminato da altre luci di altrove.

Senza accendere una luce si toglie la giacca  e la lascia cadere, puff atterrata, si butta a peso morto sul letto, il piumino, il lenzuolo, ecco un cuscino, eccone due, 'come si fa a dormire senza due cuscini non lo so!'  borbotta assonnata.

Ora dorme come un sasso, nemmeno un cannone potrebbe svegliarla, che delizia! Una gamba fuori dal lenzuolo e la testa girata coperta dai capelli, una bambolina di biscuit a riposo in attesa di una qualunque volontà che la popoli.

La mattina si alza, guarda il sole felice e ride, si, sarà una splendida giornata si dice, scendendo dal letto e subito affonda su una nuvoletta fuxia.

Attenta a non cadere dal tappeto di nuvole multicolori muove piccoli passi e con cautela acchiappa uno yogurt che ruota attorno a un piccolo satellite, proprio quello, il cattivo che non si vuole spostare di un millimetro da quanto? Un mese? Due?  Lieve vola sotto a una pioggerella per lavarsi.

Con cura si attacca le ali sotto i gomiti  usando molto spago, per poi tornarsene alla sua nuvola  verde a braccia in su, infilandosi camicia, giacca e con una capriola anche i pantaloni. Le scarpe, la sua passione, le ha in mano.

Eccola ora in grigio ferro, i capelli costretti sotto un fermaglio alla fermata del metrò con un filo di polvere fuxia sui tacchi delle scarpe. E' seria. Non le piace avere il terreno sotto i piedi, assolutamente no.

Latteversato da: whois a 20:43 |commenti (13) |latte versato link| almost sogni

 

giovedì, 22 gennaio 2009
questo post non è un albergo!

 

 

- Questa casa non è un albergo! - con le mani sul grembiule di toppe lei grida a pieni polmoni a chi  a cosa  grida -  all'inquilino, al gatto? Non lo so, questo  è il punto, la virgola, io non lo so.

Fatto sta che di polvere ce n'è sin troppa sotto gli angoli e i maledetti gommini delle sedie, macchie sul pavimento; ogni stanza ha più che il tocco dell'amore un che di sfatto.

Stanza reale, stanza virtuale per lei estranea a quella casa così sciatta e trattata male.

Una porta cigola e lei si gira di scatto,- gli parlo io ora, ora gli parlo di sicuro -  dice tra se con occhi da assassina, non aspettando altro che prendersela con qualcuno, il postino, il dirimpettaio, lo studente con tutti quei capelli unti, brrrr!

Urla che ti urla una piccola folla di curiosi nullafacenti, psicolabili e anziani si inizia a radunare silente sotto le finestre, annusando l'odore del dramma e muta attende, ed ecco:

- Ad ogni modo questa casa non è un albergo, ora ve lo dimostro io! Tutti voi randagi che entrate senza rispetto, che fate i vostri comodi a mie spese ogni SANTA volta,  mi sporcate gli ambienti col vostro puzzo di umanità! -

Digrignando i denti  minuto dopo minuto lei diventa sempre più grassa fino ad occupare ogni  angolino tutto lo spazio occupabile sotto grasso senza lasciarne nemmeno un centrimetruzzo, i vetri si frantumanto per ogni  tum tum tuum del cuore, le dita cicicciotte ognuna in una cassetto del comò e gli oggetti schizzati chissà dove, una gamba in cucina e una in sala; Tutto in un istante.

Lentamente:

La testa si strizza su per il camino e proprio in cima a questo sboccia un occhio, arrossato dal fumo grigio, che osserva cauto e diffidente il mondo di fuori.

Della folla ora non vi è traccia alcuna, non che si siano dileguati, se mai digeriti. Il metabolismo accelerato a volte è un bene!

Latteversato da: whois a 16:34 |commenti (40) |latte versato link| almost sogni

 

venerdì, 02 gennaio 2009
piccino picciò

silviamanicapelli

Il mio alberino si è svegliato di soprassalto, verso le cinque, dopo un lento guaito del cane di sopra. Insofferente ha scosso i rami frantumando palline e cristalli. Solo la stellina dorata si è tenuto lo stronzetto!

Abbassando piano i rametti ha ballato un tip tap lasciando una scia profumata di resina lungo il mio pavimento di legno e alla fine si è piazzato sul secchiaio, come per dire 'ho sete!'. Il cactus con molta cautela ha allungato una spina verso il rubinetto e assieme si sono presi a getti d'acqua. Io dormivo, sognando di case, di giorni, di animali violetti che giocano a calcio.

Il mio albero di natale ha addobbato il cactus con le palline rosse, lasciando un po' di terriccio tra le liste del parquet (che non si pronuncia Palché) ha messo la segreteria telefonica per non essere disturbato e ha spacchettato tutti i regali. Insoddisfatto ha sbirciato negli armadi e si è messo una mantellina viola di palline di pelo.

Questa mattina ho indossato rametti di pino e spine, scollandomi la resina di dosso, ho abbracciato i due e ci siamo fatti una lunga chiacchierata. Avevano ragione, con le luci in testa non si sta comodi. E nemmeno in un vaso di terracotta. Alla fine le richieste sono semplici, basta tener sempre teso un orecchio per ascoltarle.

 p.s. auguri dal mio faccino schifato per anno, befana e quant'altro!

Latteversato da: whois a 20:41 |commenti (34) |latte versato link| latteversato

 

sabato, 27 dicembre 2008
Rumors!

IN UN ISTANTE

- Hai sentito?  - No!!! Davvero?!! Ripetimelo, si si, tranquilla, giuro di non dirlo a nessuno, sai che ti puoi fidare di me, non ho capito cos'è successo dopo! Che situazione imbarazzante! (ma pensa  che cavolo hanno combinato!) -

- Senti, mi hanno detto in  gran segreto, proprio perchè sei tu lo dico pst pst psssT!! - madaaaai!!!!!! Non pensavo, giuro, non pensavo proprio. Chissà se lo viene a sapere, no? Dici di no?  -

- Alberica? tutto bene in casa? Si? E la sai l'ultima? psst pssst perché così e colà, che ne pensi? - Ecco! Lo sapevo, non ci si può più fidare. Che personaggio però! Che sfacciataggine! Che mancanza di valori dilaga oggigiorno; d'altronde non ci sono più le mezze stagioni, nemmeno le mezze misure del resto.

- Oh mamma, tu sai cos'ha mi ha detto l’Alberica ? Ti racconto tutto… -  Eh eh! Figlia mia, non dar retta alle voci, chissà quali invidie e gelosie ci sono dietro. - Mammina, io morirei a esser sulla bocca di tutti - Ignora le voci e starai benone nella vita! - Secondo te posso raccontarlo ai cugini  Carlo e Giorgio? Ci son passati pure loro, forse mal comune mezzo gaudio... no, dici che non consola? Mah, secondo me si, mi dai il numero?

- Giorgio ciao, sai cosa è successo? Già lo sai? Ma se me l'hanno appena detto! Lo senti il mezzo gaudio? Siii??? Scusa sai, ma chi te lo ha riferito? Oh, che malalingua, no, non così', le cose sono andate diversamente, ora ti racconto per benino. Proprio così! Bla bla bla bla. Passami un attimo tua moglie che faccio due chiacchiere anche  con lei. –

- Aldo sono piegato dal ridere, hai due minuti? Blablablaaaaa –

-  Ho un amico al telefono che mi sta raccontando per filo e per segno una cosetta interessante, metto in viva voce dai, così ci facciamo due risate qui in ufficio!-

GIORNI DOPO

- Sai caro cosa mi hanno detto alle poste sul nostro vicino di casa? Che è ...! - No! Che colpo! Proprio loro? Ahahahhahaha, chissà che fatica guardare gli altri negli occhi…  - Ma tesoro, loro non sanno che noi sappiamo, è un segreto!

E gli sguardi ammiccanti crescono e dilagano, la notizia si diffonde a macchia d'olio, tutti sanno, tutti zitti, fino a quando puf, si sgonfia, scema e si passa a quella dopo. Ma il ricordo resta, vago, sospeso, una virgolina nel cielo che quasi pare una nuvoletta; col bel tempo sparirà.

 

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venerdì, 28 novembre 2008
Niente male come fine

C'era una vecchia che mangiava in continuazione, dolci, atomi, piante e fiori, Non era mai sazia, nella penombra della sua casina e mangiava, mangiava masticando lentamente. Faceva la sarta di mestiere, in passato aveva messo in piedi senza colpo ferire grandi sartorie drammi con le sue lavoranti schiavizzate, ora si accontentava di fare orli e godersi in santa pace tutto quel mordere e mangiare, mangiava parole altrui con una fame insaziabile, di chi vuole godersi il poco tempo che fatalmente avverte di avere. Si mangiò piano le dita, i capelli, poi attaccò decisa le gambe. Dicono che non riuscì a mangiarsi la dentiera per un piccolo errore di calcolo, amnesie che a quell'età capitano, piccole dimenticanze dell'ordine naturale delle cose. Ora c'è una dentiera che mangia in continuazione voci lontane, amici defunti e cose care, vecchie strette nel cuore, sospesa nell'aria come il gatto del Cheshire, e quando addenta qualcuno troppo forte ecco un crampo alla pancia, una fitta, un mal di testa. E la dentiera se la ride a crepapelle, sopra la neve, la pioggia e tutti gli accidenti che la gente possa mandarle dietro, ride e morde e rotola in capriole di gioia!

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